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Lascia all'erede ogni riposto avere, ma il vin della cantina, tu te lo devi bere. (Marco Valerio Marziale)

Vini ad Arte 2019, c'eravamo anche noi

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Febbraio è sempre un mese molto importante per il vino, non solo per le numerose stappature alla cena degli innamorati, ma soprattutto per le varie anteprime. Come da tradizione, in coda alla settimana delle Anteprime Toscane c’è la due giorni di Vini ad Arte nella suggestiva ed affascinate cornice del Museo delle Ceramiche di Faenza riservata alle nuove annate della denominazione Romagna. Ottimo il lavoro eseguito dal Consorzio di Romagna, quest’anno, sembrava quasi avessero letto il mio articolo dell’anno scorso e messo in opera quanto avevo scritto a suo tempo. Difatti, e soprattutto, sono stati finalmente proposti solamente vini realmente in anteprima e non più riproposizioni, e, si è visto anche un bell’aumento (attorno al 20% indicativo) di aziende partecipanti, che hanno consentito una più ampia visuale sulle annate proposte. Certo, mancano ancora una fetta di produttori importante, quei produttori di approccio più “vigneron autentico” che per antonomasia sono un po' più anarcaci e più restii a questa tipologia di eventi.
Le annate in anteprima sono state la 2018 per la Romagna Albana, con qualche 2017 (ma mai in commercio fino ad ora) per via del fatto che diversi produttori preferiscono uscire un anno dopo. La 2018 comunque è stata una buona annata, partita in anticipo per via dell’inesistente inverno, ma che ha rimpinguato le risorse idriche con una primavera piovosa e che è sfociato in un bell’agosto con elevate escursione termiche che hanno consentito di avere delle belle uve e delle buone produzioni. I vini hanno così riacquistato quella fascia di profumi che nella 2017 era meno espressiva e più snellezza di beva con ottime punte di acidità, mentre le ultime proposte della 2017 erano più corpose e pastose, ma l’anno di affinamento in più ha donato un buon equilibrio. Inutile nasconderlo, ma ancora una volta ho avuto una conferma su quello che anno dopo anno si conferma come un vero e proprio Cru cioè la zona dell’imolese, difatti i miei migliori assaggi sono stati il Vigna Rocca 2018 di Tre Monti, dalla classica albicocca e pesca gialla mentre al palato è saporita, piena, acida e molto lunga. Pochi chilometri e anche la A 2018 della Fattoria Monticino Rosso si conferma ancora una volta, con un bellissimo naso di frutta gialla e fiori, in bocca è gustosa, ampia e ben sostenuta da una sostenuta freschezza. Tra le versioni “un anno dopo” ci hanno convinto il nuovo InTerra 2017 di Tenuta la Viola, versione anforata ma ben riconoscibile nel frutto e nel corpo con un gradevole sale ad allungarne la persistenza. Molto ben riuscito anche il Albadiplino 2017 di Tenuta Il Plino un po' contratto al naso, ma da un palato suadente e gioviale che richiama continuamente il sorso. Un altro imolese a convincerci è stata l’Albana 2017 di Fratta Minore, dal frutto pastoso e sodo, bocca rotonda ma ben sostenuta dalla dirompente acidità.
Passando ai sangiovesi, si vedono novità interessanti, non tanto nei produttori, ma proprio nelle tipologie. Finalmente si sono assaggiate interpretazioni più attuali di riserve, con un progressivo allontanamento dal legno e della concentrazione, a vantaggio della succosità e bevibilità. Certo questo riguarda alcuni produttori, alcuni sono ancora schiavi di interpretazioni vintage con uso pacchiano del legno, ma questi sono in tetto calo rispetto agli anni scorsi. Su questo ha evidentemente giocato a favore l’annata, difatti le riserve in anteprima giovavano di una più felice 2016, mentre la tipologia “superiore” che, probabilmente, anche senza il probabilmente, è la versione più centrata della tipologia era riferita alla più calda quasi asfissiante 2017. Questo ha contribuito ad assottigliare le differenze evidentissime fino allo scorso anno, e chissà cosa succederà con le riserve della prossima Anteprima… staremo a vedere. I sangiovesi superiori 2017 assaggiati nonostante l’annata a dir poco asfissiante hanno mantenuto un frutto fragrante e si è riusciti a domare un tannino insidioso, forse non eccederanno in longevità, ma pazienza vorrà dire che li berremo prima.
Ma andiamo con ordine; i superiori che più mi hanno convinto sono il Bartimeo 2017 di Stefano Berti, con un bel frutto, si maturo, ma ben integro e sorretto da una succosità che va a braccetto con un armonioso tannino e da bere a secchiate. Anche il Corallo Rosso 2017 di Gallegati si è evidenziato per la nota tipica di viola e di fragola, al palato un tannico risoluto e integrato all’acidità. Interessante e ben riuscito il Caciara 2017 di Enio Ottaviani, presenta un frutto forse piacione, ma integro e croccante, succoso, leggiadro e una piacevole vena salina. Pochi i campioni di sangiovese d’annata proposti, tra questi mi è piaciuto il Campo di Mezzo 2018 di Tre Monti, semplice ma con tutte le sue peculiarità al posto giusto, bel frutto, succosità e giovialità di beva.
Arriviamo al cuore della manifestazione, le versioni di punta delle aziende la Riserva. Mai come quest’anno sono diversi i campioni ad evidenziarsi, la maggior parte relativa all’annata 2016, probabilmente tra le migliori della seconda decade di questo millennio. All’inizio della manifestazione, un veloce focus sulle 12 MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) per spiegarne le differenze e le peculiarità, ma una domanda mi è sorta automatica, mi pare si spinga troppo su questo aspetto a scapito di un maggior lavoro di marketing del nome Romagna. Chiariamo le MGA, a me piacciono un sacco, hanno un senso logico indiscutibile, differenze al calice nette e sostanziali ma forse troppo indirizzate agli appassionati. Personalmente ritengo sia ancora da spingere il nome Romagna nella direzione di qualità in modo che anche la casalinga Maria di Voghera (chissà poi perché citiamo tutti lei?) possa fare il binomio mentale Romagna = qualità.
Su tutti si segnala costante come l’aumento delle tasse il nuovo Vigna del Generale 2016 Alessandro Nicolucci ormai il punto di riferimento dell’intera denominazione. E’ incredibile come Alessandro riesca, anno dopo anno, a leggere l’annata ed ha sfornare vini iperconvincenti. Il 2016 ha un’eleganza di terziario e di beva, in bocca è succoso e leggiadro, cavalca il palato con acidità sferzante e tannico armonioso. Molto aristocratico. Notevole anche il Vigna della Beccaccia 2016 di Villa Papiano, l’altura di Modigliana dona freschezza e succo, profumi con un bel mix di frutta matura e spezie. Molto ben riuscito le Lucciole 2016 di Chiara Condello, profumi molto eleganti con un vivo frutto rosso che richiama l’arancia sanguinella, eleganza anche al palato con un tannino corpulento, ma definito ed armonioso, mai fastidioso. Convincente anche la nuova Riserva 2016 della Fattoria Zerbina, attualmente senza nome certo, ma il vino mi ha convinto. Meno austero e duro del Pietramora, gioca sulla succosità e una trama tannica importante ma in via di definizione. L’ultima segnalazione la riservo all’Ombroso 2016 di Giovanna Madonnia, il più austero del gruppo, con ancora un po' di legno da smaltire, ma la stoffa c’è tutta.

Il Presidente A.I.E.S.

Gran Maestro Sommelier Paride Cocchi