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Non ricordo il nome del luogo né quello della ragazza, ma il vino, mio Dio, era uno Chambertin. (Hillaire Belloc)

Monovitigno 2013 Lambrusco Grasparossa DOC Fattoria Moretto

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Dici lambrusco ed in testa identifichi un vino ed un vitigno, spesso di bassa lega. Niente di più sbagliato e soprattutto falso. Da diversi anni in Lambrusco, zona geografica ipotetica che parte da Parma ed arriva a Bazzano allargandosi fino Mantova, si è invertito la rotta con molti prodotti di elevata fattura, ben fatti e soprattutto buoni. Stesso discorso per il vitigno, non esiste un lambrusco, ma ben 7 lambruschi uno completamente diverso dall’altro. Tra questi ben 3 sono nel modenese, in pianura l’elegante e fine Sorbara, il riesling del sorbara, salendo verso la collina troviamo il rustico e Salamino di Santa Croce, il merlot dei lambruschi, fino ad arrivare a Castelvetro, sulle pendici dell’Appennino con in corposo Grasparossa, l’aglianico dei Merlot.
Proprio quest’oggi assaggiamo un lambrusco di Castelvetro, il Monovitigno di Fattoria Moretto, piccola azienda guidata dalla famiglia Altariva che in stretta metodologia biologica coltivano e vinificano questo vitigno partendo dalla grande passione per la loro terra. Vigneti curati come un giardino, con cordoni speronati e guyot su terreni limo argillosi danno vita a lambruschi pieni ricchi e goduriosi.
Il Monovitigno è un Lambrusco di Castelvetro Doc in purezza fatto con metodo Charmat lungo e con uva la cui resa non ha raggiunto i 70 quintali per ettaro, praticamente un terzo del consentito.
L’etichetta ha una bella e insolita forma scudettata che coniuga l’artigianalità e la ricercatezza, mentre la bottiglia è la champagnotta atta a contenere bene le bollicine.
Alla mescita il colore è uno scuro rosso rubino rallegrato da una persistente spuma rosata dona vita ed allegria. Accostando il naso al calice i primi profumi che mi colpiscono sono quelli fruttati, di una frutta croccante piena di fattura medio piccola da buon tenore zuccherino, more e fragole, un po’ di ciliegia, poi prepotentemente viene fuori il floreale con violette rose ed una più vaga peonia intrecciata a qualche nota da lievito integrale. Passando all’assaggio il Monovitgno è molto intenso e mediamente persistente, sicuramente più intenso che persistente. Secco di zuccheri e von un discreto tannino che unito al piacevolissimo perlage rende intrigante la beva che viene facilitata da una grandissima acidità. Queste componenti dure però sono in perfetto equilibrio e unite ad un corpo di tutto rispetto pur con un grado alcolico alcolico contenuto rendono goduriosa, o come più modernamente si dice, gastronomica la bevuta facilitata anche dalla piacevolissima sapidità minerale.
Consiglio di degustarlo ad una temperatura di 15°, quindi ne freddo ne caldo per meglio armonizzare i profumi e il perlage ed in calici a tulipano di media grandezza.
Come abbinamento il produttore consiglia il “musetto di maiale” con purè, io un po’ meno rusticamente consiglio il classico cotechino e zampone, sempre con purè o lenticchie, oppure anche tutta la gamma di piatti tratti dalla cultura del maiale che nel modenese è quasi più sacro della vacca in India.
Un altro buon abbinamento è con i salumi ed affettati in genere, siano essi accompagnate dal gnocco fritto, da crescentine o piadine, sta molto bene anche con scaglie di parmigiano 30, 36 mesi.
Io l’ho abbinato al cotechino, abbinamento pressoché perfetto in quanto il corpo consistente del vino reggeva la carne, il tannino asciugava l’appiccaticcio del grasso e il perlage ripuliva benissimo l’unto del cotechino. Consiglio di berne a secchiate nelle cene tra amici, quelle del venerdì sera dove chiacchere, battute ed allegria la fanno da padrona, ma anche durante il pasto domenicale in famiglia ha il suo giusto perché. L’abbinamento migliore rimane però quello di condividerne un calice o due con la persona amata, la coccolerete con semplicità e rusticità.

Gran Maestro Sommelier Paride Cocchi