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“Date vino a chi ha l’animo amaro perché non si ricordi del suo dolore.” (dalla BIBBIA)

La Froscà 2013 Soave Classico DOC di GINI

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Una sera tranquilla passata a sfogliare la guida Slowine 2015 sul divano di casa, mi ha fatto imbattere in una scheda aziendale di colleghi veneti che mi ha incuriosito assai. La scheda era ed è quella di Gini, storica azienda di Monforte d’Alpone in provincia di Verona, terra d’elezione del Soave Classico, ma la cosa curiosa era che i colleghi sottolineavano che i fratelli Gini, Sandro e Claudio, che curano l’azienda non hanno mai piantato una vigna. La cosa di per se è curiosa, ma spiegabile dal grande lavoro fatto dal loro padre Olinto che in tempi assolutamente non sospetti ha scelto di lavorare in pieno rispetto naturistico ottenendo la certificazione biologica e lasciando ai figli delle vigne ottime tra cui la centenaria Salvarenza addirittura a piede franco. Le vigne sono poste su terreni vocati con un suolo prettamente vulcanico e impianti a pergola e con la consapevole scelta di avere basse rese per trasmettere il più possibile il terroir, e il vitigno principe è la garganega, base per il Soave, prodotto ben in tre tipologie, che si differenziano per zona e vinificazione. Il vino che noi di Aies abbiamo scelto di recensire è il “La Froscà 2013 Soave Classico DOC. Il Froscà è il nome della collina su cui si coltiva il garganega che da origine a questo vino in purezza che Matteo figlio di Sandro con sapienza vinificherà parte in acciaio e parte in legno di terzo passaggio.
La bottiglia è classica bordolese a vetro scuro, con una elegante e fine etichetta di colore beige e stemma aziendale impresso che fa subito capire che il vino non sarà banale. Il colore è un bel giallo paglierino carico, luminoso e limpido, il naso è fragrante ed evoluto. Note intense e persistenti di buona complessità che evidenziano in prima battuta un fruttato maturo con virate esotiche, mela golden e pera abate si intrecciano al litchi ed al mango, qualche sentore di ginestra si fa avanti prima di virare sul minerale di una netta e franca pietra focaia a mitigare l’agrumato. In bocca la prima impressione è l’assoluto carattere che mi conferma di essere di fronte ad un grande, grandissimo vino, sapidità, mineralità, morbidezza e persistenza sono le caratteristiche che subito mi conquistano, ma andiamo con ordine.
L’ingresso è più persistente che intenso, sottolineando che però siamo in entrambi i valori molto in alto, secco di zuccheri, buona la freschezza che mitiga la rotondità ponendo il vino in un ottimo equilibrio. Corposo ma armonico, grazie alla lunghissima e piccante persistenza risulta molto elegante e fine. Nella fare retroguistativa tornano di prepotenza le sensazioni minerali di pietra focaia che unite all’acidità donano anche un’inaspettata quanto goduriosa bevibilità. In poche parole un ottimo vino che anche noi di Aies possiamo decretare con il “Calice col cappello”.
Consiglio di degustarlo fresco, ma non freddo, ed in calici a tulipano di media grandezza, per permettere ai profumi di dare il meglio di se.
Come abbinamento è indicato per piatti a base di verdure, carni bianche e anche volatili. Ovviamente molto indicato per piatti a base di pesce, anche in preparazioni mediamente grasse. Io l’ho abbinato ad un fagiano al forno, abbinamento che mi ha soddisfatto in quanto il corpo e la morbidezza del vino contrastavano a meraviglia l’intensità e struttura della selvaggina da pelo. Regge bene anche il calice del giorno dopo, mantenendo equilibrio olfo gustativo, questa volta abbinato ad un luccio al forno, ed anche stavolta l’abbinamento era azzeccato, la grassezza della carne del pesce di lago supportava l’importanza del vino.
Ideale da bersi durante i pranzi primaverili familiari, dove si inizia a sostituire i piatti pesanti invernali, con alcuni più leggeri ma non meno banali. Ricordando sempre che il miglior abbinamento rimane sempre quello di condividerne un calice o due con la persona amata.

Gran Maestro Sommelier Paride Cocchi