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"Una donna e un bicchiere di vino soddisfano ogni bisogno, chi non beve e non bacia è peggio che morto." - Goethe

Naigartèn 2012 Gradizzolo

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“Maestro, Maestro, venite! E’ arrivato Antonio dal podere di Gradizzolo con il vino dell’anno”!!
Così urlava Onofrio, maggiordomo in Villa Ghigi il 20 di Aprile 1902, rivolgendosi al cuoco Isidoro, gran maestro di cucina.
“E che vino ha portato?” “Ma, al nigarten, cosa avrebbe dovuto portare?”
Nel 1902 dei 20.000 ettari messi a vigneto sui colli bolognesi 14.000 erano di negretto.
Isidoro guardò Antonio negli occhi, si spazzò le mani nel torcione che teneva legato in cintura e sentenziò! “ Sentiamo il vino di questo signor Antonio di Gradizzolo, Sentiamolo! Sentiamolo!”
Onofrio tolse il tappo alla damigiana e con una pipetta di vetro, la cui pulizia lasciava molto a desiderare, estrasse un campione del vino ed introdusse il nettare bacchico in un bicchiere.
A differenza della pipetta, il bicchiere era invece lindo , di puro cristallo di Boemia, con sfaccettature diamantine che riflettevano mille lampi di luce.
“Tenete Maestro”!
Una candela di sego rischiarava la scena, Isidoro prese il bicchiere con delicatezza, lo fece passare due o tre volte davanti alla candela. Il vino era di un colore imbarazzante, in quel bicchiere sembrava un rubino “sangue di piccione”con leggere nuances di granato. Isidorò indugiò molto sul colore, continuava a rigirare il vino nel bicchiere quasi a volerne trovare dei difetti e lo sguardo critico si trasformò in ammirazione. A questo punto afferrò il calice per lo stelo e introdusse una piccola quantità di vino in bocca. Strinse le labbra a tutto tondo e lasciando che da una piccola fessura potesse entrare un po’ d’aria inspirò provocando un suono strano a metà strada tra un gorgoglìo ed un sibilo. “Ottimo”! Sentenziò. “Ora vedrò cosa abbinarci, domani è giorno di festa e voglio studiare un piatto che lasci di stucco i padroni.”
Novembre 2014 agriturimo Gradizzolo: l’aria tersa e pulita di queste splendide colline fa da corollario a vigneti ordinati che si dispiegano a 360°.
Antonio Ognibene mi sta aspettando, l’atteggiamento professionale di qualche anno fa ora è stato sostituito da una sincera amicizia. Questo viticoltore che con coraggio e dedizione ha convertito la coltivazione dei suoi vigneti nel biologico, vorrebbe farmi assaggiare tutta la sua produzione, ma io ho in mente solo un vino : “Il Negretto” e voglio rimanere concentrato sul pezzo.
Apriamo quindi una bottiglia di “Naigar Ten” 2012. La bottiglia, solo quella merita una riflessione, borgognotta pesante, scura, austera.
L’etichetta è elegante, unica informazione: vino rosso. Anche il packaging generale è gradevolissimo.
Il vino scende con voluttà nel bicchiere, il colore è rubino, intenso, quasi impenetrabile. Annoto 17,3° la temperatura di servizio, più che sufficiente a sviluppare un bouquet di profumi ampio, intenso e persistente, dove la confettura di mostarda bolognese, molto intrigante, i piccoli frutti di bosco più aciduli e un alcol notevole lasciano spazio ad una terziarizzazione avvolgente di vaniglia e liquirizia.
Le parti dure sono perfettamente equilibrate dalle parti tenere, alcol in primis (il vino in esame ne ha una percentuale del 15%). I tannini sono ancora molto graffianti ma decisamente gradevoli e compiono la loro funzione di pulizia del cavo orale.
E’ un vino che impegna il mio palato in mille valutazioni organolettiche e mi lascia una bella bocca pulita e asciutta.
Questo vino matura in botti di rovere per 12 mesi e per 6 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato.
Ricordo il nonno di mia moglie, mio primo maestro di cantina, quando mi raccontava che il negretto lo si usava sui colli come uva da taglio assieme al barbera.
Ora alcuni bravi vignaioli lo vinificano in purezza con risultati strabilianti.
Forse unico vitigno autoctono del colli bolognesi dopo che “pignoletto” è rimasta solo come denominazione del vino, mentre l’uva è stata assimilata al “Grechetto gentile”
Il tempo della degustazione è finito, Isidoro pulendosi le mani nel torcione si affaccia dalla cucina e rivolgendosi ad Antonio dice:
“Quando avete finito di giocare con i bicchieri e la smettete di sibilare come delle biscie sarei pronto con la cucina .”
In tavola arriva un cosciotto di maialino da latte disossato, all’interno è stato introdotto un bel pezzo di fegato di maiale, il tutto avvolto nella “rete” suina, cotto lentamente nel forno e aromatizzato al rosmarino, salvia, sale grosso e aglio.
L’arrosto, tagliato a fette generose e ricoperto dal fondo bruno è accompagnato da grosse patate cotte in padella con lo strutto, croccanti fuori e morbide all’interno.
Il silenzio è calato su di noi, solo il rumore delle posate continua ad offendere la sacralità del momento e a questo punto è il “nigar ten “ che la fa da padrone.

Gran Maestro Sommelier Achille Villani