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“Quanto più la botte è vuota, tanto più canta forte” (Anonimo)

Lambrusco di Mantova IGP Villa Picta 2015 Meneghelli

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Chi volesse visitare questa piccola realtà del mondo vitivinicolo che sta crescendo ai confini della nostra regione dovrà dirigersi verso Mantova.
Mantova è una città dalle mille vestigia storiche, lombarda di appartenenza regionale, ma che per gli intrecci tra Gonzaga ed Estensi, dal punto di vista agroalimentare risente dell’influenza della vicinanza con l’Emilia.
In queste terre la fa da padrone il Lambrusco, forse per la cucina grassa e succulenta a base di carni di maiale di ogni tipo (risotto col puntel, alla pilota con la pasta di salame ecc. ecc.) dove grassezza, untuosità e intensità aromatiche dei piatti necessitano di vini con una buona dose di tannino e anidride carbonica.
I miei trascorsi in terra mantovana mi hanno fatto apprezzare sia la cucina che gli ottimi lambruschi, diversi da località a località.
Villimpenta è un paese di 2000 abitanti posto al confine del veronese, ma che in campo vitivinicolo fa razza a parte, non attingendo assolutamente nulla dai cuginetti veneti.
Il Villa Picta non tradisce le caratteristiche tipiche dei vini mantovani. E’ un lambrusco prodotto con un blend di tre uve: il Lambrusco Viadanese, Il Sorbara e Il Salamino.
Il lambrusco Viadanese, deriva direttamente dalle tipologie più antiche di questo vitigno, in pratica quasi selvatiche, la “Vitis Labrusca”, conosciute dalle popolazioni locali come “uzeline” o “oseline” per la caratteristica di venir depredate sistematicamente dagli uccelli, ghiotti dei dolci acini.
Il secolo scorso l’enologo Ugo Ruberti lo classificò come Grappello Ruberti. Nel 2012 analisi più approfondite attribuirono al Grappello, una propria identità a se stante, leggermente diversa dal viadanese.
L’enclave del Grappello Ruberti è l’Oltrepò Mantovano, mentre a Villimpenta si coltiva Il Viadanese propriamente detto.
La Cantina Meneghelli ha iniziato nel 1900, col capostipite, il nonno Adriano, a recuperare viti spontanee di Viadanese.
La rifermentazione in bottiglia, con l’eliminazione dell’uso dell’autoclave, permette di ottenere vini più longevi, come da tradizione antica.
Le tre tipologie di uva di cui sopra vengono coltivate in terreni alluvionali, argilla, sabbia e limo ed il vino che si produce risente di queste caratteristiche geologiche, in particolare nella forte mineralità che è un po’ la caratteristica predominante.
Nel bicchiere ci appare di un bel colore rosso rubino tendente al violaceo, con spuma soffice di uguale colore che in un attimo sparisce, Le bollicine al palato sono abbastanza fini, mentre, come molti lambruschi mantovani, poco persistenti.
Al naso colpisce un profumo di pasta in lievitazione, il riconoscimento successivo più evidente è un mix di frutta rossa non matura, quindi l’aspettativa di trovare una buona acidità si fa prepotentemente strada.
In bocca ho molte conferme: i frutti rossi mi si ripresentano per via retronasale e l’acidità mi fa salivare all’infinito e mi sollecita ad un cibo grasso e untuoso per poter svolgere, assistita dalla CO2, una gradita azione pulente. Gradevole la nota amaricante nel finale.
E’un vino che non si addormenta nel bicchiere ma risulta scattante e con una splendida croccantezza data dalla freschezza del frutto.
Tra i vari lambruschi che ho recentemente assaggiato, questo più che per l’eleganza mi piace per quella sua rude franchezza padana che ad ogni sorso si fa prepotentemente strada. Franchezza di lambrusco antico privo delle frivolezze atipiche di tanti suoi fratelli, un po’ muscoloso al primo approccio ma impagabile compagno a tavola dei salumi tipici local, del cotechino e del bollito.
Anche il packaging ci riporta al passato con un’etichetta molto sobria e con l’uso del tappo raso con legatura a spago.
A temperatura ambiente l’ho abbinato ai tortellini in brodo di gallina, e al cotechino “in galera”, piatto della tradizione bolognese. Il cotechino viene privato della pelle, avvolto in una fetta di carne di bue e cotto al forno.

Gran Maestro Sommelier Achille Villani