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“Guarda il calor del sol che si fa vino giunto all'umor che dalla vite cola” (Dante, Purgatorio XXV)

Château Musar White 2007 - Château Musar

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Zaino sulle spalle e cartina tra le mani; potessi, sarei sempre in viaggio.
I luoghi e le persone che li abitano mi affascinano, la curiosità è il motore che mi spinge altrove.
Ahimè però non ci si può sempre sottrarre ai doveri della quotidianità e lo zaino e le cartine rimangono troppo spesso chiuse dentro un armadio.
Per mia fortuna esistono altri modi di “viaggiare” e la passione per il vino è uno di questi.
Grazie al vino infatti è possibile aprire una piccola finestra sulla cultura di un Paese, di cui l'enogastronomia fa parte a pieno titolo.
Questa volta il viaggio mi porta sulle sponde orientali del Mediterraneo, in una nazione ricca di tradizioni millenarie, il Libano.
Terra di Fenici, qui prosperarono le scienze e la filosofia mentre le sue coste garantivano approdi sicuri e le montagne tuttora ricoperte dai famosi cedri delineavano il paesaggio.
A poche decine di chilometri a est della capitale Beirut è situata la valle della Beqā, culla della viticoltura in cui si trovano testimonianze di vinificazioni risalenti addirittura a 6.000 anni fa.
Le condizioni climatiche e le composizioni dei terreni rendono particolarmente vocata questa valle e permettono di ottenere grandi rossi ed ottimi bianchi a partire dalle più importanti varietà internazionali e da uve autoctone.
Proprio in questi luoghi, nel 1930, l'allora ventenne Gaston Hocar, fonda Château Musar.
Ad egli sono nel tempo succeduti i suoi figli, tra i quali Serge - scomparso nel 2015 -, cui va riconosciuto il merito di aver portato sul proscenio internazionale i vini libanesi. La conduzione della cantina è oggi affidata alla terza generazione della famiglia.
I metodi di coltivazione sono stati definiti dallo stesso Serge Hochar una sorta di “biologico primordiale”, antecedente alle attuali codificazioni di coltura organica. Questo approccio è reso possibile dalle favorevoli condizioni della valle della Beqā che non rendono necessari interventi chimici in vigna.
Lo Chateau Musar White, cioè bianco è prodotto con due vitigni autoctoni mediorientali, l'Obaideh ed il Merwah, imparentati con lo Chardonnay ed il Sémillon, da vigneti con un'età media di 50-70 anni impiantati a ben 1.500 metri di quota.
Vinificato in barrique francesi usate e lasciato nelle stesse per 9 mesi, dopo l’imbottigliamento attende ben sette anni prima dell'immissione in commercio.
Per la degustazione ho a disposizione una bottiglia dell'annata 2007 che apro due ore prima di servire.
Di un bel giallo paglierino, al naso propone un bouquet ampio ed eterogeneo. La sua intensità e la lunga persistenza sono piacevolmente sorprendenti.
Un accenno di pietra focaia lascia subito spazio agli aromi dovuti al lungo affinamento. Note balsamiche e sentori di fieno e frutta secca -noce di macadamia e mandorla su tutte- ben si fondono con i richiami di agrumi, in prevalenza pompelmo e cedro, creando una sovrapposizione elegante e raffinata, che regala anche al palato una complessità stupefacente.
La sua anima spiccatamente verticale, dovuta ad una mineralità ben presente in bocca, trova la perfetta controparte in un corpo sontuoso e rotondo.
Il passaggio in legno dona un lieve accenno di tannino, mentre la chiusura finale rimanda alla frutta secca avvertita in precedenza.
Provo ad abbinare lo Chateau Musar a dei piatti a base di molluschi e crostacei.
Preparo quindi delle cozze alla tarantina e delle linguine ai gamberoni.
Nonostante la sua estrema complessità non sovrasta le pietanze; le accompagna invece in maniera decisa ma mai invadente, rendendo la cena soddisfacente e ricca di profumi.
Il viaggio termina quindi con l'ultimo bicchiere, lasciando il piacevole ricordo di una terra lontana ed il desiderio di proseguire il cammino, alla scoperta di nuovi luoghi e nuovi sapori. La prossima meta ancora non la conosco, ma l'importante è continuare a viaggiare.

Maestro Enogastronomo Sommelier Riccardo Franzoni