LA VALPOLICELLA DI TERRE DI GNIREGA

Vorrei portarvi con la mente e con il cuore in una della zone vitivinicole più importanti del Balpaese. Dal punto di vista paesaggistico, ovunque lo sguardo si pone, ci sono angoli che tolgono letteralmente il fiato, dolci colline che prendono il posto di pianure e che diventano di lì a poco montagne, vigneti che si fondono con boschi e centri abitati che sorgono nella quiete assoluta, immersi tra vigne, cipressi e olivi. Pievi romaniche, piccole chiese, torri, ville fastose e borghi con muri di sasso intervallano il verde della vegetazione spontanea e di quella ben ordinata, quasi asettica, controllata dall’uomo.

Già i romani esaltavano queste terre per il clima e la produzione del vino.

E oggi farò una visita proprio in Valpolicella, camminerò su quelle terre così ricche di storia e fascino.

Arrivo a Verona e mi dirigo a nord verso San Pietro in Cariano, San Floriano e proseguo per Marano di Valpolicella. Vigneti perfettamente allineati, si susseguono alternandosi a cartelli indicanti aziende vitivinicole e cantine. A Valgatara bisogna andare a destra perché è là che si trova Gnirega. Siamo su una collina a 300 mt sul livello del mare, i muretti a secco detti marogne caratterizzano il paesaggio e dividono i piccoli appezzamenti agricoli dove vite, ciliegi e olive guidano le produzioni regalandoci autentiche eccellenze.

L’Azienda Agricola Terre di Gnirega è arrivata alla quarta generazione, dal 1874 Cristoforo, Sante, Luigi e ora Francesco e Paolo lavorano la terra ottenendo i migliori frutti a costo di dedicarsi ad essa con ardore e sentimento.

Siamo nei primi anni ’80 e Luigi, con sconfinata avvedutezza, percepisce che è giunto il momento di fare un’agricoltura diversa, pulita, dove si rende necessario prendere le distanze da supporti sintetici e chimici. Questo movimento di pensiero e pratica agricola verrà poi chiamato agricoltura biologica, quando forse la parola biologico non si sapeva nemmeno che significato avesse. Dal 1989 Terre di Gnirega è certificata Azienda Agricola Biologica.

Ora viviamo un periodo di conversioni in biologico anche da parte di grandi aziende ed è necessario distinguere tra aziende che operano in regime biologico industriale o artigianale. Tra quelle artigianali ci sono aziende che sono dichiarate solo biologiche e quelle che vinificano, invece, anche con metodi naturali. Sono differenze importanti, da tenere ben presente.

Mi accoglie l’ottimo Francesco che per presentarmi l’azienda interrompe il lavoro in vigna.

Dopo le presentazione e i racconti appassionati della sua azienda e della storia della sua famiglia, si sofferma sull’importanza della produzione naturale del vino spiegandomi il valore di preservare al massimo le caratteristiche dell’uva, del territorio e assecondando la stagionalità.

Tra una chiacchera e una risata, Francesco mi fa accomodare in un caratteristico ambiente ricco di strumenti di lavoro agricolo del passato, quasi un museo. Il tavolo apparecchiato con un tagliere di salumi e formaggi locali si completa con diversi calici pronti per una degustazione, quelle serie.

Iniziamo con il Valpolicella Classico DOC, Rondinella, Corvina, Corvinone e Molinara vengono ben dosate per produrre un vino di pronta beva, fresco e leggero, si adatta alla tavola molto agilmente. Quello assaggiato da Terre di Gnirega è un 2020 e la vendemmia ci permette di avere uve al corretto punto di maturazione. Risulta ben assemblato, tipico rosso rubino scuro, dona al naso una dosata intensità, immediati gli aromi di frutti rossi maturi con note di amarena, prugna e mirtillo, una violetta e una rosa rossa si distinguono sui frutti. Al sorso l’apprezzabile tannino apre la strada ad un delicato calore, bella la freschezza che si amalgama perfettamente con la pastosità dei frutti rossi. Nel complesso un buon equilibrio sostenuto da una leggera struttura, lo assaggerei con bigoli all’arenga. L’aringa? Ma cosa ci fa un pesce del mare del nord sulle belle colline veronesi? Sin dal medioevo, le aringhe giungevano dal nord Europa per i mercati sud orientali, percorrevano un ultimo tratto, prima di imbarcarsi in Adriatico, solcando l’Adige.
La merce faceva tappa qui nel veronese ed è diventato, nei secoli, un tipico piatto scaligero.

Francesco continua con estrema passione e senza risparmiare dettagli, versa un calice di Valpolicella Ripasso Classico Superiore DOC2017 e qui il colore rubino granato quasi impenetrabile intenso lascia anticipare che tipo di vino stiamo per assaggiare, i frutti maturi e croccanti del precedente assaggio si trasformano in decisamente maturi, confetture e canditi. L’affinamento di 4 anni di cui 2 in acciaio, 2 in botte e 1 mese in bottiglia esalta una certa morbidezza, i tannini divengono morbidi e piacevoli. L’intensità c’è tutta e la persistenza invita al sorso che conferma i sentori olfattivi, vaniglia e note tostate si fondono con i frutti rossi per una piacevolissima bevuta. Una discreta spalla acida e una delicata sapidità, tengono in equilibrio questo bel prodotto. Un vino che vedrei ben accostato a piatti di cacciagione sia da piuma che da pelliccia, con primi piatti strutturati e condimenti di carne.

Passo quindi al principe della degustazione, la storia dell’Amarone è nota e Francesco la sa bene, come il nonno Sante.

Il calice si colora di rosso granato scuro e questo che mi appresto ad assaggiare è un DOCG 2016. Gli aromi caratteristici ed intensi sono quelli che possiamo aspettarci, nessuna sorpresa al momento, confettura di amarene e lamponi, tostato e vaniglia, intenso e persistente al palato è caldo e vellutato. Francesco ha lavorato eccellentemente e la morbidezza, l’avvolgenza e il calore di questo vino supera di gran lunga le aspettative. 

Il lavoro in vigna, la raccolta dettagliata, l’appassimento ottimale e la vinificazione seguita con esperta attenzione ci regalano una vera perla della Valpolicella, questo vino ti entra nell’anima e ti accarezza il cuore. Da bere da solo in meditazione o in compagnia di chi il nostro cuore lo conosce bene. E non è il cardiologo.

Se proprio dobbiamo accompagnarlo ad un piatto, lo berrei a piccoli sorsi con una pastissada de caval o stufato di cavallo, tagliolini all’anatra, con tipico bollito veronese o ancora con grandi formaggi stagionati.

Non poteva mancare il Recioto della Valpolicella DOCG, se vogliamo, il papà dell’Amarone. In un piccolo calice a tulipano il vino versato è un 2015, denso e scuro, al naso arrivano diretti amarene, more, mirtilli tutti in confettura, frutta secca, cannella e cacao. Il sorso è stupefacente, mai stucchevole, l’acidità data dal particolare terreno e dalla varietà, pulisce il palato dalla possibile eccessiva dolcezza tipica di questi vini, regalandoci una parvenza di equilibrio inaspettato. Certamente da abbinare a biscotteria secca, a formaggi stagionati ed erborinati ma questo Recioto in particolare, lo proverei con carni grasse.

Purtroppo la degustazione termina, Francesco mi ha lasciato un ricordo indelebile di una terra blasonata volta alla produzione di grandi vini di qualità. I grandi nomi li conosciamo tutti ed essere una piccola azienda tra giganti avrà certamente le sue difficoltà. Terre di Gnirega non ha certo bisogno di ulteriori prove di forza per dimostrare le proprie capacità.

Difficile ora rinunciare a questi Valpolicella naturali e certificati biologici perfettamente allineati e secondi a nessuno. Le dolci colline che diventano montagne, i filari tra boschi ed ulivi, le pievi romaniche e i campanili bianchi tra i cipressi. Una gita in Valpolicella merita un po’ del nostro tempo. A fianco si trova la Valpantena… ma questa la raccontiamo un’altra volta.

Maestro Enogastronomo Sommelier

Alessio Atti

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